Rezension über:

Benjamin Biesinger: Römische Dekadenzdiskurse. Untersuchungen zur römischen Geschichtsschreibung und ihren Kontexten (2. Jahrhundert v. Chr. bis 2. Jahrhundert n. Chr.) (= Historia. Einzelschriften; Bd. 242), Stuttgart: Franz Steiner Verlag 2016, 428 S., ISBN 978-3-515-11339-7, EUR 73,00
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Rezension von:
Giuseppe Zecchini
Dipartimento di Storia, archeologia e storia dell'arte, Università Cattolica di Milano
Redaktionelle Betreuung:
Matthias Haake
Empfohlene Zitierweise:
Giuseppe Zecchini: Rezension von: Benjamin Biesinger: Römische Dekadenzdiskurse. Untersuchungen zur römischen Geschichtsschreibung und ihren Kontexten (2. Jahrhundert v. Chr. bis 2. Jahrhundert n. Chr.), Stuttgart: Franz Steiner Verlag 2016, in: sehepunkte 18 (2018), Nr. 5 [15.05.2018], URL: http://www.sehepunkte.de
/2018/05/29644.html


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Benjamin Biesinger: Römische Dekadenzdiskurse

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Questo ampio volume di Benjamin Biesinger sul concetto di decadenza e le sue applicazioni all'interno del pensiero storico romano si articola in quattro parti: una Introduzione, che cerca di definire il concetto stesso di 'decadenza' (13-30), una caratterizzazione della storiografia romana arcaica come storiografia di una sequela di successi, una Erfolgsgeschichte, che trova le sue radici nel costume della pompa e della laudatio funebris (31-58), una serie di ricerche dedicate a specifici autori, che costituisce il libro vero e proprio (59-354), una sintesi dei risultati raggiunti (355-379); seguono tre brevi appendici sui grandi personaggi della storia romana in Sallustio (Cat.53), sulla casualità nella successione degli imperatori giulio-claudii secondo Tacito, sul fallimento dell'adozione di Pisone da parte di Galba sempre secondo Tacito (381-387), un'imponente bibliografia di oltre 600 titoli e un triplice indice dei nomi, dei luoghi e dei principali concetti.

Gli autori analizzati da Biesinger sono Catone (59-92), Sallustio (93-173), Livio (174-241), Augusto, cioè l'ideologia augustea attraverso i ludi saeculares e gli elogi del Foro (242-276), Velleio (277-311) e Tacito (312-354).

Va dato atto a Biesinger di aver compiuto un notevole sforzo di riflessione sullo stimolante tema della decadenza come Leitmotiv all'interno della storiografia romana; mi sembrano sostanzialmente condivisibili le pagine iniziali (59-79) su Catone e innovative quelle su Velleio e Tacito, due autori di età imperiale uniti da una visione secondo Biesinger ottimistica della storia di Roma alla luce del loro 'presente', cioè dei regni di Tiberio e di Traiano: perciò Velleio cala la storia di Roma in uno schema di storia universale, che rende episodico e comunque riduttivo il tempo delle guerre civili, perciò Tacito può narrare la storia del principato in chiave del tutto negativa per evidenziare il contrasto col felice governo dell'optimus princeps, che ha chiuso quel periodo di declino. Si resta un po' delusi dall'assenza di una riflessione sul concetto di aeternitas imperii, che proprio in Velleio vede la sua prima menzione (II,103,4), e un po' sorpresi dall'esclusione di qualsiasi influenza di Adriano sull'ultimo Tacito e quindi dal rigetto dell'interpretazione tacitiana di Syme, ma si tratta di obiezioni non centrali.

I problemi maggiori sorgono riguardo alla coppia 'Sallustio/Livio'.

Riguardo a Sallustio Biesinger parte dal presupposto che egli abbia introdotto per primo una visione pessimistica nella storiografia romana, vista sino ad allora come serie di opere celebrative delle vittorie di Roma; ritiene poi che a questa programmatica visione pessimistica lo storico abbia adattato la sua ricostruzione del passato per convincere i suoi lettori che dopo il 146 a.C. la decadenza fosse ineluttabile; per questo avrebbe scelto come argomento della sua seconda monografia il bellum Iugurthinum, una guerra periferica, ma inizialmente ricca di insuccessi per Roma; da ultimo la decadenza non è legata agli uomini, ma ai costumi, è intrinseca all'intera società romana, è una fatalità, a cui nessuno può opporsi. Ora, nessuna di queste tesi è convincente: la storiografia romana prima di Sallustio è perduta e autori come Hemina e Pisone, influenzati da Catone nel severo giudizio sui tempi nuovi, sulla noua sapientia, avrebbero potuto già condividere una visione pessimistica della storia di Roma; come ogni storico antico, Sallustio scriveva in primo luogo per tramandare ai posteri la verità oggettiva degli eventi, wie sie eigentlich geschehen sind, non la propria soggettiva interpretazione: qui si avverte la perniciosa influenza di moderne teorie narratologiche e la non conoscenza di M. Pani [1], che sarebbe stata utile per non cadere in discutibili anacronismi; Sallustio scrisse su Giugurta perché era stato governatore dell'Africa noua e aveva una conoscenza autoptica di quei luoghi (senza trascurare la possibilità di attingere a versioni locali di quegli eventi): se avesse voluto scrivere degli insuccessi di Roma, negli stessi anni la disfatta di Arausio offriva ben altra materia a un eventuale bellum Cimbricum; da ultimo il pessimismo di Sallustio deriva dall'uccisione di Cesare: Roma era in declino dal 146 a.C., ma c'era ancora speranza, sin quando Cesare era ancora in vita; non un'astratta riflessione di storico, ma il sangue delle Idi di marzo indusse Sallustio alla disperazione.

Più in generale Sallustio non è mai calato da Biesinger nel convulso succedersi delle tragiche vicende contemporanee: è significativo che egli non prenda in considerazione l'ottimismo riformatore delle Epistulae ad Caesarem, perché le ritiene spurie (93: qui è grave la non conoscenza di G. A. Lehmann [2], ritiene invece (168-169) che Sallustio non avrebbe potuto scrivere contro Cicerone, mentre l'oratore era vivo, e che dunque il Bellum Catilinae va datato al 42 a.C.; a mio avviso, è errato escludere precisi legami tra la prima monografia di Sallustio e i tentativi dell'ultimo Cicerone di riaccreditarsi come pater patriae dopo la scomparsa di Cesare anche attraverso la rielaborazione del De consiliis suis, che riguardava l'anno 63 e che solo la morte gli impedì di pubblicare (cfr. G. Zecchini [3]); infine è sottovalutato (173) il rapporto culturale e politico di Sallustio con P. Ventidio Basso e, più in genere, con la ristretta cerchia degli amici Caesaris (anche qui la conoscenza di Fr. Rohr Vio [4] avrebbe giovato).

Riguardo a Livio, Biesinger parte dal presupposto di uno stretto rapporto con Sallustio, chiaramente definito come suo predecessore (Vorgänger) e giunge a concludere che la decadenza secondo Livio non è fatale e irreversibile come secondo Sallustio, ma è sempre immanente all'interno di un continuum storico, dove può più volte accadere e più volte essere superata. Ora, Sallustio scrive monografie di storia contemporanea e Livio una storia dalle origini dell'Urbe: i suoi Vorgänger sono Quadrigario e Anziate, C. Licinio Macro, forse anche Tuberone, non capisco invece perché dovrebbe esserlo Sallustio; resto inoltre del parere che all'interno della storia romana Livio accordi uno speciale rilievo all'origo peregrinae luxuriae del 187 a.C. (39,6,7): è l'invasione culturale e morale dell'Oriente che turbava il patavino ed augusteo Livio, mentre altre manifestazioni di declino non sono registrate con la medesima enfasi. Sia pure in forma minore che in Sallustio, le cui vicende biografiche conosciamo assai meglio, anche per Livio Biesinger tende a prescindere dal contesto culturale e politico e a isolare lo storico in una sfera di interazioni esclusivamente intellettuali.

Di là dai singoli casi fin qui esaminati, il principale difetto di questo libro sta in una dimensione davvero sproporzionata rispetto al tema prescelto: essa è raggiunta attraverso un'esposizione non di rado incomprensibile (cfr. p.es. le 79-92 su Catone e la gioventù del suo tempo oppure le 191-193 su Livio oppure le terribili Synthesen finali), tutta tesa a un'esasperata astrazione e teorizzazione, che spesso ricorre a fastidiosi compiacimenti verbali e a capziose distinzioni (364-367: Innovation e Mutation) e non si accorge di forzare ciò che l'autore antico intendeva dire o, meglio, di attribuirgli idee ed esigenze non riscontrabili nei testi suoi o a lui coevi. Se a ciò si aggiunge che Biesinger prescinde dalla bibliografia nelle lingue neolatine (meno di 10 titoli italiani su oltre 600 totali; nessuna menzione de Il pensiero storico classico di S. Mazzarino, che pure dedicava a Sallustio ca. 120 pagine del II volume), devo concludere con rammarico che il suo lavoro non costituisce una trattazione soddisfacente dell'interessante tema prescelto.


Note:

[1] M. Pani: Le ragioni della storiografia in Grecia e a Roma. Una introduzione, Bari 2001.

[2] G. A. Lehmann: Politische Reformvorschläge in der Krise der späten römischen Republik. Cicero De legibus III und Sallusts Sendschreiben an Caesar, Rudolstadt 1980.

[3] Cfr. G. Zecchini: Cicerone in Sallustio, Studi Garzetti, Brescia 1996, 527-538.

[4] Fr. Rohr Vio: Publio Ventidio Basso: "fautor Caesaris" tra storia e memoria, Roma 2009.

Giuseppe Zecchini